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I genitori sono normalmente considerati i “decision makers” per i propri figli. Questo ruolo ha aspetti sociali, legali ed etici, talvolta potenzialmente in conflitto tra di loro. Molti dei difficili dilemmi che sorgono in caso di parto prematuro riguardano le decisioni dei genitori ed il conflitto con i medici.

Di solito, si ritiene che rientri nei poteri decisionali dei genitori la scelta se continuare o interrompere la terapia, compresa la rianimazione.Tuttavia, questa responsabilità non è assoluta ed inevitabilmente, sorgeranno conflitti tra i genitori che prendono decisioni ed i sanitari che hanno visioni differenti riguardo l’interesse del neonato. Può essere utile, a questo proposito, ricordare il caso “Baby Doe”, un bambino, nato il 9 aprile 1982 a Bloomington (USA), affetto da sindrome di Down e con complicazioni all’esofago che richiedevano un intervento chirurgico per ristabilirne la funzionalità.

Il dottor Owens, l’ostetrico che aveva fatto nascere il bambino, propose ai genitori, che acconsentirono, di non intervenire chirurgicamente per ripristinare la funzionalità dell’esofago e di somministrare al neonato dei medicinali che gli impedissero di sentire dolore. In tal modo, secondo il medico, il neonato sarebbe morto in pochi giorni.

La Direzione dell’Ospedale chiese al giudice della contea di stabilire la liceità di questa condotta, che venne approvata in nome del fatto che i genitori di un minore hanno il diritto di scegliere la condotta medica che reputano migliore. Poiché il caso divenne pubblico, suscitando reazioni indignate, il pubblico ministero della stessa contea si appellò alla Corte Suprema dell’Indiana perché modificasse la prima sentenza, ma il ricorso venne respinto.

Ci si appellò allora alla Corte Suprema di Washington ma, nel frattempo, privo di alimentazione, Baby Doe morì (Boyle e Kattwinkel, 1999).

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